L’ANIMA DELL’ASSOCIAZIONE

Cagliari, 10 maggio 2009

Intervento del prof. Longhini alla Conferenza dei Presidenti

Sono sensazioni particolari quelle che mi animano in questo contesto, le stesse che prova un padre che vede crescere e affermarsi un figlio che ha successo.

Cercherò di trasmettere una cosa importante. Ultimamente ci siamo soffermati su diversi punti: a Sibari ad esempio abbiamo parlato della “parola”, del linguaggio che deve avere un ben preciso significato, ma altrettanto importante, e questa era la conclusione, è che corrisponda, per incidere, ad un vissuto.

Un altro punto trattato è stato “identità e specificità”, che sono proprietà che rendono il proprio agire originale e conformato ad una meta precisa che per l’AVO è la ricerca della reciprocità con il malato.

Un terzo punto è relativo ad una funzione sociale che si è andata delineando, cioè di persone che con la pace nel cuore esprimono letizia, e attraverso queste due caratteristiche attirano il prossimo. E’ questa una via per la difesa della dignità della persona, della vita, in ogni suo momento. Difesa della nobiltà della sofferenza ma anche del suo scopo.

Una quarta volta abbiamo parlato anche della funzione politica; politica nel senso della ricerca del progresso nel bene comune, tramite un ruolo consultivo avvalorato però da meditazione, studio, progettualità e sperimentazione.

Si è molto lavorato in questi anni sull’organizzazione interna, nella quale ogni responsabilità deve corrispondere ad un servizio e non ad un autoritarismo.

Tutto questo costituisce il corpo della nostra associazione.

Oggi però dovremo meditare sull’anima dell’associazione, che fa di tutto quanto un organismo unitario nell’amore.

Qual è l’anima dell’associazione ?

Non è raro che, con l’avanzare dell’età e il parallelo calo di energie vitali – parlo in particolare di me – ci si chieda quale è il significato della vita. Si può amare ad ogni età, e l’amore è sempre un valore inestimabile, sia da un punto di vista personale che sociale. Inoltre l’amore per il Padre che tutti ci ha creato, si sgombra con l’età da ogni altra preoccupazione (vedi carriera, lavoro) e quindi più presente e meno adombrato dall’«io» e riempito invece dal «tu». E’ indubbio che io ami l’AVO come uno degli eredi del mio Credo, sia personale che professionale. Mi sembra, ogni volta che vi scrivo e vi parlo, che sia l’ultima cosa che mi manchi di comunicare e di donare.

Mi si può osservare che il fenomeno si ripete, ma ogni volta nasce l’idea di dirvi una parola che mi è stata donata e che si è fatta più chiara in me, e questo giustifica la mia presenza qui oggi con voi.

Molte volte vi ho detto come essere con il malato in ospedale, come progettare per il bene comune, come condividere la sofferenza, come concorrere a trovarne il significato, come nobilitarla, come rendere il malato un attore indispensabile per scoprire un mondo nuovo, come riempire ogni attimo di vita con la reciprocità.

Mete bellissime, e ambiziose, ma sorge spontanea una domanda: da dove può venire l’energia vitale che spinge un singolo a tentare questa ambiziosa avventura ?

Ecco su cosa oggi vorrei meditare con voi.

Alla precedente domanda, qual è l’anima dell’Avo, devo rispondere che questa energia non nasce, nel caso nostro, dal singolo, ma da una “comunità sanante”, di cui ognuno di noi è responsabile per la sua parte, ma tale parte è essenziale per la comunità che noi abbiamo chiamato AVO.

Questo principio, generatore di energia, è una vera novità.

Ognuno dei componenti deve trovare la pace nel cuore e sperimentarla quotidianamente con l’altro volontario. Se non c’è, prima di andare in ospedale bisogna ricostituirla.

Non vi è posto quindi per preconcetti, per rivalità, per imposizioni e per dissenso; tra i volontari va cercata con tenacia e quotidianamente e trovata, la reciprocità, altrimenti come si fa ad “esportare” una cosa che non c’è ? Ed è questo il pericolo di fallimento maggiore, ecco perché la parola deve essere un «vissuto».

L’Associazione AVO esiste e vive solo se nelle sue vene scorre l’amore reciproco vissuto e sperimentato all’interno dell’associazione, che genererà l’azione verso il malato, cercando con lui una diffusione di quanto nell’associazione è nato. Se questo non avviene, non è più generato dal carisma dell’AVO. Sarà anche un’azione meritevole – già sempre presente nella storia – ma non sarà l’AVO e il suo essere nuovo e originale.

Per il cristiano sarà un modo di concretizzare un precetto evangelico, il comandamento «amatevi l’un l’altro come io ho amato voi», e la conseguente promessa presenza di Dio in persona. Per le altre religioni sarà il loro Credo, e quando ci capiterà dobbiamo imparare ad amare come un fratello; e così per il pensiero laico, sarà il credere nella solidarietà, sentita come dovere. Ma comune fra tutti vi sarà la ricerca fra i volontari dell’amore reciproco che si diffonderà poi nel prescelto mondo della Sanità, in modo gratuito, secondo i dettami della sussidiarietà, cioè del dono di sé.

Assistere il malato, donare al discepolo la propria esperienza, condividere la sofferenza, è cosa nota nella storia e nella letteratura, ma la novità AVO è generare una nuova volontà, non mia e non tua, ma «nostra», nata dalla vera pace del cuore, capace a sua volta di generare letizia, e affidare a queste il nostro agire e la nostra speranza.

Non “io” ma “noi” (come dice il nostro giornale), ogni volontario e volontaria porta così nel suo agire tutti gli altri. Sarà l’amore reciproco fra noi che ci consentirà di portare una luce in un mondo nuovo. Bisogna affidare il proprio agire all’unità nata nell’AVO con la reciprocità fra i suoi volontari, e sarà questa unità ad agire.

L’unità però non si raggiunge con la discussione (intesa nel far prevalere un parere piuttosto che un altro), con la mediazione o con la maggioranza, ma con i principi del fraterno discernimento, che deve essere il regolamento del nostro rapporto.

I momenti principali di questo discernimento sono: prepararsi all’incontro con l’altro volontario, anche pregare prima dell’incontro, poi donare il proprio pensiero, ma proprio perché lo si è donato, sapersene staccare e praticare l’ascolto nel silenzio di sé, ed è in questo silenzio che possiamo apprezzare il talento dell’altro indubbiamente presente e ascoltare lo spirito che è in noi. che ci ha chiamati e che solo in quel silenzio parlerà.

Così nasce il nuovo, lo sperato, ma l’unità d’intenti è una pianticella delicata che deve essere curata ogni giorno con la vita e la vera appartenenza all’associazione. Questa deve essere amata, partecipata, deve regnare in essa la regola che il tuo problema è il mio, nella vera reciprocità vi è la possibilità di risolvere ogni problema; così nascerà la scuola, la forgia del volontario AVO, ricca di quella luce che ci porterà a capire il significato della sofferenza, il profondo valore della persona, di ogni persona, sempre, e la possibilità di essere essenziali anche quando tutto sembra umanamente compromesso.

Così si illuminerà anche l’altro aspetto della novità dell’AVO; il malato è sì da curare nel suo dolore e nella sua solitudine, ma anche da amare con il dono di noi stessi. Nella malattia si troverà allora la giusta luce, perché amore chiama amore, e amore è vita. Potremo scoprire che ognuno di noi, piccolo e incapace, è chiamato insieme a portare nel mondo della salute una presenza nuova, capace di generare letizia.

Non io, singolarmente servo inutile, ma «noi» forgiarti dal nostro aver vissuto la reciprocità nell’associazione. Sussidiarietà non è avere per dare, ma essere dono e dono di sé. Una cosa che si è donata non la si ha più, e quindi un non essere, perché ci si è donati per fare spazio alla grazia promessa (perché la reciprocità è grazia, non la posso produrre da solo), ed allora troveremo la letizia che trasparirà dalle nostre persone e chiamerà molti altri nella nostra associazione, perché la letizia comunicata è vero ed efficace apostolato, anzi l’unico: curando, saremo curati.

Sarà facile capire e sperimentare che nel nostro volontariato le diverse strutture sono facce della stessa medaglia: la Federavo ha la paternità, l’Associazione Fondatori di una Nuova Cultura per il Volontariato ha la maternità, le singole AVO sono figlie inviate nel mondo: questa è la nostra famiglia.

Credo fermamente che se questo sogno diventerà realtà, si risolverà anche il problema che maggiormente ci dovrebbe stare a cuore: passare la nostra vocazione alle generazioni future.

Cosa cercano i giovani oggi ?

Una nuova famiglia sociale, che li aiuti a trovare un’aggregazione di vera amicizia fra loro, come una fucina di scoperta dei veri valori della vita. Dobbiamo aiutarli in questo percorso che deve essere lieto e libero, la nostra deve essere una vera funzione da genitori, si protegge ma non si obbliga.

Quando avranno sperimentato e vissuto l’unità nata dalla reciprocità nella vita associativa, allora sì che si potrà affidare, sempre nella libertà di scelta, concordata con i responsabili, l’esperienza presso il malato. Anche per loro l’espressione sociale deve essere il frutto di una scelta maturata all’interno del gruppo.

Anche per i nostri giovani non è quindi una vocazione del singolo, ma una vocazione comunitaria.

Tutto questo ci garantirà di vivere, al di là della durata della nostra stessa vita, in loro, nel loro agire, che sarà adeguato ai tempi in evoluzione, ma sempre affidato alla reciprocità.

In conclusione, mettiamo in comune difficoltà e insuccessi così come le gioie o i successi incontrati nella vita quotidiana, viviamo una vera amicizia evangelica, e vedremo con sorpresa che questo affidamento di noi stessi alla ricerca del bene comune è un collettivo di reciprocità che porterà a vedere sì il declinare dell’entusiasmo iniziale, sostituito però con il trovare la vera ragione di essere.

Pertanto, coraggio, non vi deve essere timore. Io che ho vissuto tutti i momenti assai precari dell’AVO, ho visto che con questo affidamento in verità le difficoltà pian piano svanivano.

Così il futuro è promettente, saturante e roseo.

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