COME MIGLIORARE LA CAPACITA’ DI COMUNICARE

SCHEDA 3 – GIORNATA DI FORMAZIONE PER RESPONSABILI

Per migliorare la capacità comunicativa occorre capire lo stato soggettivo dell’altro: non  sempre i messaggi sono espliciti, chiari, anzi a volte sono diversissimi da ciò che le parole esprimono, e dipende da noi saperli interpretare.

Per migliorare la nostra capacità comunicativa cerchiamo di comprendere come possiamo fare una conversazione aperta al dialogo o disporre una “chiusura” del dialogo.

Non c’è comunicazione  che non contenga in qualche modo quanto sentiamo e come percepiamo ciò che stiamo dicendo, che non contenga cioè le nostre emozioni.

Spesso queste informazioni soggettive possono rimanere “non dette”: esiste cioè una grande difficoltà a manifestare le proprie sensazioni, il proprio vissuto personale.

Nella comunicazione tutto questo viene nascosto sotto altre sembianze. E allora, per capire molti messaggi, si richiede di andare oltre il detto: la competenza comunicativa richiede quindi anche la capacità di interpretare o percepire i sentimenti di chi ci parla.

( Esempio: – Cosa fai stasera? – può voler dire ….. ho bisogno di parlare con qualcuno.)

La comunicazione empatica  è la capacità di immergersi nel mondo soggettivo altrui e di partecipare alla sua esperienza.

In parole più semplici è la capacità  di mettersi al posto di un altro, di vedere il mondo come lo vede costui.

LE QUALITA’ UMANE DELLA COMUNICAZIONE 

COMUNICARE CON RISPETTO

Cos’é  il rispetto? Scherzosamente potremmo dire che  è qualcosa di cui subito ci accorgiamo quando è violato nei nostri confronti ( uno ci pesta un piede) , ma molto meno quando manchiamo nei confronti degli altri (pestiamo il piede a un altro ).

Il rispetto ha a che fare con l’accettazione dell’altro come valore.

Dire di essere capaci di accettare gli altri è assai facile, molto meno è esserlo.

L’accettazione degli altri appare connessa all’accettazione di sé, cosa non semplice e immediata come sembra.

Comunicazione rispettosa significa propriamente  sviluppare un senso positivo di sé e degli altri.E’ possibile educare tale atteggiamento.

RISPONDERE CON CONCRETEZZA  E  FRANCHEZZA

Aiutare chi ci parla ( e noi stessi ) ad essere chiaro, concreto  e sincero è molto importante, e ci farebbe risparmiare un sacco di tempo nelle discussioni di gruppo.

RISPONDERE IN UNA SITUAZIONE DI DISSONANZA ( SE NON SONO D’ACCORDO )

Succede spesso di sentire opinioni che non si condividono, o si ritengono superficiali o proprio errate.

In questo caso il rispetto si trova in conflitto con il proprio giudizio. Accettare la diversità, parlare con empatia non può certo significare che io sono d’accordo o avallo qualsiasi opinione. Parlare con franchezza significa in questo caso esprimere i propri dubbi o perplessità senza violare il rispetto.

 

(Giornata dei Responsabili AVO SCHIO            11 giugno 2006)   

 

” Saper ascoltare vuol dire non solo comprendere quello che l’interlocutore comunica direttamente con le parole, ma anche saper cogliere i bisogni, le aspettative e il possibile disagio non espressamente dichiarato”.

tratto dalla guida: “Selezionare i volontari” a cura di Clotilde Camerata, presidente AFCV
Per info segreteria 349.8506154 o segreteria.afcv@gmail.com

 

 

I FONDAMENTI DEL VOLONTARIATO OSPEDALIERO

In vicinanza del momento in cui è necessario dire: «Ora tocca voi proseguire», vorrei consegnare i fondamenti dell’esperienza, della tradizione e della cultura sia dell’AVO (Associazione Volontari Ospedalieri) che della AFCV (Associazione Fondatori di una nuova Cultura per il Volontariato).È naturale che questo momento sia giunto per diverse ragioni: l’anagrafe che aggrava di giorno in giorno il divario fra ciò che dovrebbe essere fatto e ciò che in concreto si fa, ma anche perché diversi sono oggi i talenti necessari.

Intuizione e ispirazione sono necessari all’inizio, ma quando le associazioni diventano adulte e assai diffuse, e sono ben definite vocazioni e specificità, c’è bisogno di doti diverse come capacità organizzative, espansione di orizzonti, per incontrare nuove necessità, saper coniugare la tradizione con l’evoluzione dei tempi.

Fummo i primi e sono benvenute le numerose iniziative che sono nate in questi ultimi trent’anni con analoghe aspirazioni.

In verità è lo Spirito che ha operato e ha utilizzato gli strumenti che di volta in volta sceglieva. A me è toccato di intuire che nella medicina moderna, di grande livello tecnologico e quindi anche nella Divisione medica che guidavo, non si curava il sintomo più frequente denunciato dalle persone malate: la solitudine nella contingenza della malattia.

In una nostra ricerca la frequenza del senso di solitudine era denunciata nel 33% della casistica esaminata. La solitudine era poi l’inizio della dipendenza, della sensazione di ingiustizia per il proprio momento e infine della depressione.

Che cosa mancava? Mancava un amico del malato, nel significato evangelico della parola, cioè di colui che è disposto a dare il proprio tempo e quindi la propria vita per l’amico/a.

Un primo nucleo rispose all’invito, il resto è stato un fiorire spontaneo in un terreno estremamente fertile. Fu un susseguirsi di aiuti, di partecipazioni, di adesioni. La risonanza fu incredibile: basti ricordare che le prime nuove sedi dell’iniziativa in pratica disegnavano i confini del nostro Paese. Senza uno di questi eventi la nostra iniziativa non sarebbe come oggi la vediamo: unione di talenti, tutti di pari valore.

Il centro della vocazione del nostro volontariato è l’apertura all’amore come dono di sé in risposta a tre domande che ognuno dovrebbe porsi per realizzarsi come persona. Ognuno avrà la sua “risposta” a queste domande, quindi io posso solo enunciare le mie risposte.

Chi sono? Una creatura di un Dio Padre e quindi l’altra/o è sorella e fratello. Nei limiti di creatura potrò fallire ma la realtà e la meta rimangono queste.

Perché ci sono? Fra gli esseri viventi ho la caratteristica peculiare del linguaggio e quindi della memoria e della progettualità, della possibilità di comunicazione e dell’autodeterminazione dell’attimo presente. Per questo siamo posti al centro del creato, responsabilizzati a collaborare con il Creatore nell’evoluzione progressiva verso il bene.

Cosa voglio? Costruire in armonia con l’altro il Bene Comune e credere, avere fede che dal bene comune dipende anche il mio vero bene personale. Così il bene comune darà anche la pace del cuore perché non vi sarà ragione di difendere privilegi.

La regola generale si può riassumere così.

Amare per primi: ciò che è necessario deve essere dato per dovere, ma amare per primi vuol dire muoversi verso un altro che ancora non conosci perché hai scelto la via dell’amore.

Amare tutti e sempre: ovvero non fare differenze di simpatia, di attrattiva, di razza. Non emarginare nessuno.

Saper fare il vuoto di sé: ovvero non avere preconcetti, non voler insegnare, non ritenersi depositari del giusto e della verità, non strumentalizzare l’altro per le nostre ansie e problemi. Così il problema dell’altro potrà essere accolto come nostro.

Si potrebbe criticare tutto ciò come atteggiamento masochistico o almeno utopistico. Rispondo no: è apertura alla speranza che l’amore donato ritorni e nasca così un “valore aggiunto” che da soli non possiamo realizzare: la reciprocità, altrimenti detta fraternità. Sempre agognata perché presente nel fondo di ogni cuore, ma spesso soffocata da egoismo e individualismo.

Spesso la sua ricerca ha coinciso con il martirio come è avvenuto anche per il Figlio di Dio.

La reciprocità presuppone due poli di uguale valore e importanza per essere realizzata. Qui si apprezza il dono della diversità perché la somma di uguali è solo una somma. L’unione nell’amore dei diversi consente di unire i talenti presenti in ognuno, talenti che sono diversi.

In biologia intravediamo nella diversità la base per l’evoluzione al meglio.

Ma è evidente anche che ciò accade per il rapporto interumano realizzando la possibilità di procedere nel cammino per la ricostruzione dell’armonia in cui fummo creati e che andò persa. Questo processo è valido per l’unità d’amore fra i due sessi (massima differenza), ma anche in ogni altro caso: quindi anche fra sano e malato.

Se questo è vero si può riconoscere uno scopo anche per la contingenza della malattia. Nella reciprocità il malato per “sua” volontà diviene attivo nella costruzione della reciprocità e non più solo terminale passivo del pur necessario processo diagnostico e terapeutico.

È opportuno dare ad ogni termine un significato preciso.

Il dolore è un sintomo che avverte di qualche cosa che non va nella persona. Il dolore è pertanto il grande difensore dell’integrità dell’organismo. Deve essere lenito con tutte le forze e il massimo impegno, ma non prima di averne diagnosticato la causa. Ogni buon medico lo sa e il dolore e la sua cura sono una sua specificità.

La sofferenza è un termine comprensivo di orizzonti più vasti. Possiamo affermare che essa compenetra tutta la vita umana. Il bambino nasce piangendo (ed è così che si salva) e la persona muore sola. Lo studio, l’allenamento, il lavoro, la produzione artistica hanno aspetti di sofferenza. La stessa riproduzione è sofferenza e ogni madre lo sa. La sofferenza è alla base di ogni conquista umana, ma quest’ultima la giustifica e la può rendere addirittura gradita. La sofferenza è meno accettabile se appare inutile (la malattia) o cattiva (quando colpisce un innocente). Nella sofferenza la reciprocità trova però terreno fertile perché nella sofferenza vi è quasi sempre verità, trasparenza, anelito al bene, solidarietà e sussidiarietà (cioè soccorrere e servire la persona). La reciprocità può essere allora giustificazione della sofferenza.

La reciprocità ha un valore concreto e dimostrabile o è solo fine a se stessa? Il cristiano sa che il premio definitivo è al di là di questo mondo. Tuttavia se ne possono riconoscere i valori anche nella nostra quotidianità. Un valore attuale: molte ricerche hanno dimostrato che se regna reciprocità il malato guarisce prima ed esprime meno esigenze fisiche e psichiche. Un valore sociale: la reciprocità è fonte di letizia. Questa non è facilmente descrivibile, ma è valida la proposta «vieni, prova e constaterai». La persona è sempre alla ricerca della letizia, se la trova ne diviene apostolo. Così si prospetta il miglioramento della società. Un valore spirituale: per questo basta scorrere le esperienze di volontari e malati per poterlo constatare. Un valore universale: una società migliore si sentirà più vicina anche alle esigenze di un mondo lontano.

Qualunque sia l’atto d’amore grande o piccolo è nella reciprocità di pari valore per la realizzazione dell’agape.

Si pone il problema di difendere il carisma della reciprocità da possibili strumentalizzazioni, quali vedere il volontariato nella sola prospettiva di un utile economico e di un offuscamento della tradizione. Molto si parla dell’azione immediata presso il malato, della gratuità, della libertà. Il volontariato ha però un’altra funzione non certo di minor valore, che è quella profetica.

Profeta non è solo colui che porta a conoscenza del prossimo la volontà di Dio di cui è stato fatto depositario, ma è profeta ogni uomo che si dedica alla costruzione del Bene Comune. Infatti il bene comune è nella volontà di Dio, quindi ogni volontario è profeta.

Come concretizzare la funzione profetica? Esercitando una critica propositiva: osservare, sperimentare, ricontrollare, proporre il rimedio per ciò che non combacia con l’agio del malato. Tutto ciò senza rinunciare all’agape. Progettare con carattere originale, innovativo, con finalità al bene comune della salute. Richiedere una funzione consultiva come previsto dalla legge, per ogni decisione che riguardi il bene comune e la giusta distribuzione dei mezzi disponibili. Questo non è sufficiente: bisogna esigere l’ascolto e cercare le vie per rendere di pubblica conoscenza il parere espresso dal volontariato (qualche reality in meno e qualche disponibilità culturale in più). Avere come finalità verità e trasparenza ogni volta che si decide in termini di bene comune.

Per essere profeti occorre essere disponibili al sacrificio: quindi formazione e preparazione in termini di etica, bioetica, diritto sanitario e criteri distributivi.

Occorre inoltre affidarsi al discernimento che prevede tempi successivi.

Primo: pensare, meditare e, perché no, pregare.

Secondo: comunicare il proprio pensiero con disponibilità a perderlo per potere ricevere il pensiero dell’altro e raggiungere così un pensiero comune.

Terzo: l’agire diverrà conseguenza di un pensiero e di una cultura frutti dell’unità.

La ragione di esistere dell’associazione è l’agape fra volontari. L’agape che si vuole poi esportare verso il malato dopo aver applicato il discernimento.

L’apertura all’amore, l’agape nell’associazione e nel rapporto con il malato, saranno le fonti della sapienza che guiderà ad una partecipazione illuminata. Così potremo realizzare una vera terapia specifica per il malato, ma anche per il sano, che guarirà dalla malattia peggiore dell’umanità: egoismo, indifferenza, individualismo. In nome della reciprocità il curante diventerà a sua volta curante del curante.

 ERMINIO LONGHINI

Eletto il nuovo Consiglio AFCV

Sabato 4 maggio u.s. si  è svolta a Milano l’assemblea AFCV, con la relazione della presidente Clotilde Camerata sull’attività svolta nel 2018 e quella programmata nel 2019, la presentazione, el’approvazione del rendiconto consuntivo 2018 e preventivo 2019, e il rinnovo delle cariche sociali.

E’ stato eletto il nuovo Consiglio Esecutivo che, dopo la prima riunione, risulta così composto:

Presidente Clotilde Camerata, Vice Presidente Claudio Lodoli, Segretaria  Anna Corallo

Consiglieri:  Marina Chiarmetta, Giorgio Colombo, Cristina Machado de Oliveira,  Manuela Mainò, Katia Manea, Maria Grazia Laureano.  

Ringraziandovi di cuore per la generosa disponibilità,  auguriamo a tutti buon lavoro e buon cammino insieme, certi che l’esempio e il ricordo di Erminio e Nuccia vi sosterranno nel rinnovato impegno.

Pubblichiamo di seguito la bella lettera ai soci/socie preparata dalla Presidente Clotilde Camerata per la Relazione dell’Assemblea.

Lettera ai Soci

Carissimi, 

il 2018 appena trascorso è stato, per tutti noi soci AFCV, un anno molto impegnativo e specificatamente orientato alla ricerca di cosa vuol dire essere volontari nella sanità in questo preciso momento storico.

Siamo consapevoli infatti che in un momento di difficoltà come credo sia quello che l’AVO sta vivendo, in una società che ci distrae e ci sollecita alla leggerezza portandoci spesso ad un atteggiamento di personale disimpegno e di statica comodità, proprio in questo momento diventa importante che un’Associazione come la nostra faccia sentire la sua voce e il suo indirizzo incanalando azioni che portino ad esaminare, a riscontrare, a confrontare  i reali bisogni del territorio ma anche quelli dei volontari, in una analisi puntuale e dettagliata che metta però come punto fermo e come faro l’adesione e la coerenza ai valori e ai principi che il nostro fondatore ci ha trasmesso.

E’ vero oggi il volontariato sanitario è molto più difficile di una volta, i volontari, noi stessi siamo cambiati, ma l’etica AVO è un affare di tutti e si vive sempre e ovunque nel rispetto di ciò in cui crediamo e dell’impegno preso. Spesso dimentichiamo che l’etica non si delega, l’etica si vive e non è un atteggiamento di comoda staticità, di personale disimpegno o di “virtuosa neutralità”, come dice Kant l’etica è l’aria che sorregge il volo dell’aquila che altrimenti rovinerebbe a terra, ma insieme lo garantisce e lo promuove.

Il mio auspicio è che la nostra Associazione riesca a far sentire la sua voce, il suo richiamo, e che pur tra mille difficoltà si possa essere veramente d’aiuto alle persone fragili e malate così come ai volontari, e all’AVO tutta.

Non sarà facile! C’è veramente bisogno dell’aiuto di tutti. Nella consapevolezza del difficile momento storico che stiamo vivendo, siamo tutti chiamati a dare il nostro contributo, per far si che il volontariato, come l’ha inteso il Prof. Longhini e come lo intendiamo noi, continui ad essere messaggero di solidarietà, di fratellanza, nella realizzazione di quel bene comune a cui tutti tendiamo o dovremmo tendere.

 

Con affetto,

                                                                                       Clotilde Camerata

Presentazione Libro Longhini 

Presentare questa raccolta degli scritti del Prof. Longhini è per me un grande onore e una grande gioia come presidente dell’Associazione Fondatori e come Volontaria AVO.

Quando si è deciso di procedere a questa pubblicazione, siamo sempre stati consci di non poter essere esaustivi, sicuramente non sono stati riportati tutti gli scritti e gli interventi che il Professore ha fatto in più di quarant’anni, ma proprio in quanto consapevoli di questo ne abbiamo scelti alcuni, abbiamo scelto quelli che a nostro avviso evidenziassero meglio il pensiero, la visione e la passione del nostro fondatore. Abbiamo scelto quelli che mettessero in evidenza i valori fondanti e i punti più salienti della nostra specificità, del nostro essere AVO. Abbiamo scelto gli scritti che esprimessero ciò che forse è stato più a cuore al professore vale a dire che i volontari AVO non sono solo persone sensibili e di buona volontà che hanno a cuore chi è malato e in difficoltà, ma persone che hanno qualcosa in più: la responsabilità. Una responsabilità personale, una responsabilità verso l’altro e una responsabilità verso la comunità in cui operano e vivono. Perché senza responsabilità non c’è etica, non c’è condivisione, non c’è relazione e quindi non c’è autentica reciprocità.

Essere persone e volontari responsabili, nella visione di Longhini, significa essere persone capaci di ascoltare l’altro e mettersi in discussione, persone capaci di riflettere sulle proprie scelte, sul proprio operato e darne conto; persone capaci di interrogarsi e di scavare dentro di sé per uscire dal proprio individualismo e perseguire la via della solidarietà e del bene comune. Ne consegue che il volontariato AVO ha un forte valore conoscitivo ed educativo, in quanto ci permette di confrontarci continuamente con la diversità dell’altro dandoci la possibilità di una continua verifica di sé, della propria storia personale, delle proprie scelte restituendoci la speranza che un cambiamento è sempre possibile come volontari e come persone.

Questa è la grande eredità che il nostro fondatore ci ha lasciato ed è per questo che leggere e riflettere sui suoi pensieri e sulla sua visione è così importante, non possiamo e non dobbiamo far diventare il nostro servizio un’abitudine, pericolo sempre in agguato, e ripercorrere i concetti e le considerazioni di Longhini, ci consente di agire un pensiero riflessivo sulla nostra scelta, sul nostro operato e sulla nostra vita, in cerca di quella coerenza di cui il professore ha scritto e di cui è sempre stato testimone nella sua vita. Non abbiamo voluto che questo libro si limitasse ad essere un fatto commemorativo o un libro da tenere nelle nostre biblioteche, lo abbiamo pensato e voluto come uno strumento, uno strumento da usare e da praticare, uno strumento che può diventare utilissimo, (a mio avviso dovrebbe essere fatto conoscere a tutti i volontari AVO, quelli di oggi e quelli di domani, che non avranno la fortuna di conoscere e ascoltare dal vivo il professore), uno strumento su cui soffermarci a pensare e a riflettere, possiamo farlo da soli ma sarebbe meglio farlo insieme ad altri volontari, magari nelle riunioni di reparto, scegliendo i pezzi su cui trattenersi di volta in volta, per non dimenticare chi siamo, per non dimenticare la nostra specificità, per non dimenticare i nostri valori, per aiutarci a superare l’egoismo che alberga in ogni uomo, e imparare a coniugare, senza cadere nella retorica, la solidarietà e la fratellanza con l’individualità. Potenziando così la consapevolezza che essere volontari AVO è una scelta continua, e che l’agire riflessivo sulla nostra esperienza unito alla formazione, ci dà la possibilità di diventare volontari più preparati, persone in grado di crescere e di migliorare, persone in grado di alimentare positivamente la società in cui vivono. La società ha bisogno di questa nutrimento, viviamo un momento molto difficile, molto complicato, da un punto di vista sociale, politico, esistenziale, e forse anche come AVO. E se come volontari dovremmo essere esercitati ad affrontare malattia e dolore, a ricercare valori di senso, e a riflettere sul valore della sofferenza e della vita umana, anche noi talvolta ci facciamo prendere da un egocentrismo non riconosciuto ma evidente, da una conflittualità che oscura i nostri valori, i nostri pensieri di fratellanza, di solidarietà, di amicizia e di amore reciproco. Falsi miti, si impossessano di noi che perdiamo la strada maestra, diamo spazio al giudizio e all’intolleranza, dimenticando la vera accoglienza all’altro, diamo importanza a cose che non dovrebbero far parte del nostre essere AVO, perdiamo di vista l’essenziale. L’essenziale è invisibile agli occhi, ricordava Saint Exupery nel Piccolo Principe.

E ora che il nostro fondatore non c’è più, ora che siamo orfani di questa figura carismatica, ora che non abbiamo più la nostra guida, ora siamo maggiormente esposti, siamo più fragili, e più di prima abbiamo bisogno di sentirlo vicino, abbiamo bisogno della sua paternità, abbiamo bisogno dei suoi insegnamenti e della sua parola. Una parola evocata attraverso i suoi scritti, che ci indichi ancora la retta via. E’ lui, la nostra ancora, è ancora lui la sorgente a cui possiamo attingere per trovare nuovo vigore, è lui la linfa che ci può aiutare a mantenere integro il nostro DNA, e la nostra specificità. Leggere e riflettere sui suoi scritti, sui suoi interventi ci aiuta ad uscire e superare la logica dell’io per prendere veramente coscienza del NOI, un NOI responsabile, in cui i volontari AVO sono chiamati a costruire un mondo migliore, consapevoli sino in fondo della propria corresponsabilità di costruttori di pace, di rispetto, di una società sanante in cui il bene comune è qualcosa di voluto e ricercato con tenacia.

In ultimo un raccomandazione, una raccomandazione che traspare da tutti gli scritti del nostro Fondatore e che esplico con una frase di Benedetto XVI «Il fare è cieco senza il sapere e il sapere è sterile senza l’amore.»

(Clotilde Camerata, presidente AFCV)

LE REGOLE CHE AIUTANO

  1. Lasciate a casa il protagonismo. l’aggressività, l’iperattivismo
  2. Datevi dei tempi lunghi per entrare in sintonia con l’altro
  3. Siate umili e ascoltate senza giudicare
  4. Fissate un tetto massimo di ore per il volontariato e rispettatelo. Importa la qualità, non la quantità
  5. Non confondetevi con l’altro
  6. Non mettete da parte la vostra vita
  7. Non pensate di sapere tutto dopo la prima esperienza; ogni persona (e situazione) è diversa dall’altra
  8. Badate bene che la vostra disponibilità venga dalla sincerità e dalla gratuità
  9. Non iniziate questo compito per noia, solitudine, vuoto
  10. Non aspettatevi niente in cambio, una relazione affettiva nasce solo spontaneamente.

 

UN CONTRIBUTO SULLA RELAZIONE DI CURA

“Nessuna relazione è interscambiabile con un’altra relazione: ogni relazione è unica perché unica è la persona, e ciascuna è sorretta ed animata da un’attesa, e ciascuna comporta una responsabilità della quale tutti devono essere consapevoli.

Gli elementi costitutivi della relazione di cura (così come di tutte le relazioni) sono:

  • La presenza
  • Il tempo
  • Le parole
  • I gesti

(se manca anche uno solo di questi, non c’è più relazione)

La presenza: la persona deve essere accanto, la presenza fisica è già cura!        E devo essere presente e prendermi cura con la mente e con il cuore.

Il tempo: noi  abbiamo una concezione del tempo viziata: corriamo sempre! Il tempo del malato è tempo vuoto e scandito da attese, ed invece deve essere tempo riempito di significato: diamo valore al tempo di chi attende e, nello stesso tempo, al nostro! Il “non ho tempo” si trasformi in “ho sempre tempo per chi ha bisogno di me” (è valore per lui e per me)

Le parole: sono dono e bene (talora pure pericolose,  perché irreversibili) devono essere parole che fondano relazioni d’amore….arcobaleni di attesa e di speranza e non pietre che cadono con il peso dell’indifferenza. Se le cerchiamo dentro di noi curano ed alimentano la speranza; se nascono dall’ascolto del cuore dell’altro … sono leggere e profonde, tenere, musicali, dolci, capaci di creare ponti tra chi cura e chi è curato.

Ma non è indispensabile parlare sempre: il tempo del silenzio è il tempo dell’ascolto … si dà spazio all’altro,  al suo cuore : il silenzio non è assenza di parole, ma è ombra di mistero che apre alla trascendenza che va oltre di noi. Con il silenzio, talora, si dicono parole che mai riusciremmo a pronunciare (sotto la croce di Gesù….STAVANO Maria sua madre ….: stavano, punto)

I gesti: i vari gesti  devono avere un unico denominatore: l’amore. Non sostituiscono le parole ma magari le sollecitano. Quando la parola tace, il gesto può narrare ancora qualcosa di noi”.

 (Ada Agostini, volontaria AVO Altovicentino)

 

     

Identità dell’’AFCV: metodi, percorsi, finalità

 

Partendo dalla convinzione che l’unità nell’amore fra le persone di buona volontà è il  fine ultimo della creazione, l’A.F.C.V. vuole dedicarsi alla sua promozione nel mondo della salute. Ogni divisione (stessa etimologia di diavolo) è fonte di male.

Il prossimo più prossimo per l’A.F.C.V. con cui collaborare  è l’A.V.O., che vede come figlia e sorella nella quotidianità operativa. Figlia come dice la storia e sorella come richiede oggi il continuare la via del progresso nella reciprocità fra volontari e fra volontari e malati o sofferenti.

L’evolvere dei tempi, caratterizzato da un grandissimo progresso tecnologico, mette, a volte, per necessità di tempo, di economia in ombra il rapporto interumano di reciprocità.

Ma la reciprocità è la sorgente per la pace dei cuori, per la letizia, per il progredire sulla via del bene comune che nessuno emargini e che richiede la somma dei talenti di tutti.

Se in questo si crede (la carità è eterna ed è la linfa della vera vita), si intuisce come la società debba responsabilizzarsi nel creare una rete di solidarietà e di sussidiarietà. Il  volontariato, operando nella gratuità, vuole e può realizzare questa rete costituendone i nodi di connessione.

L’A.V.O. è il frutto della bellissima ispirazione di concretizzare la reciprocità d’amore nel mondo della sanità e della salute. Ne sono dimostrazione i frutti quotidiani, il riconoscimento pubblico e la diffusione progressiva.

 

L’A.F.C.V., che partecipa al servizio di custodia dell’ispirazione dell’A.V.O. e di promozione dei suoi valori, insieme alla Federavo, ha intuito che il volontariato oggi deve compiere un salto di qualità. La fase iniziale dell’entusiasmo che ho avuto l’onore e meritato di condurre è compiuta anche se l’entusiasmo deve sempre essere alimentato e accudito.

E’ stata necessaria una fase di organizzazione, di condivisione di intenti e di formazione e oggi ne apprezziamo i risultati ringraziando la Federavo per le  sue meritorie fatiche e l’impegno quotidiano.

Oggi si profila sempre più impellente la necessità di un ulteriore salto di qualità  che risiede in un progresso culturale.

La cultura è ciò che garantisce il futuro, la comunicazione, l’apostolato.

La cultura è il fondamento, perché sia sempre solido il binomio amore e giustizia. Se non si conserva questo binomio è la fine, ma se lo si promuove divengono stabili la pace dei cuori, la letizia, il progresso nel Bene Comune.

Una solida base culturale e lo sviluppo di una propria cultura permetterà, in un futuro non lontano (IV fase), di poter essere fermento per una missione socio-politica nel senso  etimologico della parola.

Si potrà allora dare concretezza alla funzione profetica del volontariato, partecipare al progresso finalizzato alla valorizzazione della sofferenza umana, ad un mondo pervaso dalla letizia.

A.V.O., Federavo, A.F.C.V. vogliono nel mondo della salute, da loro prediletto, riunire l’impegno di tutte le persone di buona volontà (nel senso evangelico della parola), di catalizzarne collaborazione e donazione di impegno, in una visione sempre più ecumenica, viva in ogni cuore che  ha  scelto la via dell’amore a Dio e al prossimo. Essere dediti, in nome di amore e  giustizia alle “nuove povertà” che il mondo con i suoi limiti rischia sempre emarginare.””

Messaggio del prof. Longhini ai consiglieri     8/02/2015

       

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